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L'Arno e la pittura

Il bacino fluviale dell’Arno è sempre stato un soggetto privilegiato nell’opera di molti artisti e paesaggisti che hanno operato in Toscana fin dal medioevo. Il corso sinuoso del fiume era costellato di darsene naturali, insenature nascoste, piccole piagge immerse nella vegetazione e inserite in un contesto di verdi colline, filari di pioppi e ontani, borghi arroccati e campi intensamente coltivati. Ma il corso del fiume era costellato anche di mulini, pescaie, di numerosi impianti produttivi, solcato da una gran mole di merci e uomini che su di esso passavano gran parte della loro vita.

L’Arno è un fiume che ha sempre suscitato sentimenti contrastanti, e come tale è stato oggetto di un’attenzione nel campo pittorico che ha messo in evidenza le sue molte identità.

Dalle prime rappresentazioni puramente allegoriche a cavallo fra ‘300-‘500 ispirate ad eventi epocali come alluvioni o importanti battaglie, si passò alle preziose incisioni seicentesche dedicate alle vedute del Valdarno – che oscillavano fra un fresco realismo en plen air e una visione mitizzante del fiume – giungendo fino ai capolavori dei protagonisti del movimento macchiaiolo, impegnati sia a ritrarre la vita e il lavoro sulle rive del fiume, sulla scia di un realismo che si diffondeva in quegli anni in Italia, sia a privilegiare un visione intima, sospesa, emotiva  e malinconica di fronte agli spettacoli di luci e colori offerti dal fiume alla sensibilità dell’artista.

L’Arno fu, infine, il soggetto privilegiato anche per molte figure importanti del panorama pittorico della prima metà del ‘900, quando videro la luce raffigurazioni solcate dallo spirito avanguardista e dotate di forte carica innovativa formale.

Ben prima che, nel corso del ‘600, i paesaggisti nord europei giungessero in Italia a diffondere il nuovo stile pittorico, l’Arno rappresentava un soggetto prediletto della pittura toscana fra medioevo ed età moderna. Le opere che vengono qui citate presentano uno stile molto diverso l’una dall’altra, sebbene entrambe siano legate ad una visione fortemente allegorica del fiume.

La prima, di un autore anonimo pisano della metà del ‘300, raffigura in modo allegorico religioso l’alluvione del 1333. Sant’Orsola, circondata da dieci vergini e con in mano la croce pisana, si protende a salvare Pisa – personificata da una giovane con capelli biondi - dalle acque dell’Arno.

La seconda opera è invece una bozza di Michelangelo per un affresco che avrebbe dovuto essere realizzato a Palazzo Vecchio nel 1504. La scena è ambientata nel contesto della battaglia di Cascina del 1384, che vide i Fiorentini sconfiggere i Pisani. Il Villani narra che per il gran caldo i soldati pisani si buttarono in Arno per cercare ristoro e, quando venne dato l’allarme dell’imminente attacco dei fiorentini, i pisani furono colti del tutto di sorpresa. L’opera ritrae i soldati nel momento in cui escono dall’acqua.

Alcune rappresentazioni allegoriche fra medioevo ed età moderna

L’Arno e la pittura paesaggistica del XVII-XVIII secolo

Nel vivace clima culturale del Seicento si cominciò ad apprezzare la pittura di paesaggio e la scena di genere.

Uno dei primi esempi di diffusione in Toscana della pittura paesaggistica, prese corpo nella Firenze dei primi decenni del secolo. Intorno alla bottega artistica fondata in quel periodo da Giulio Parigi – che continuò ad influenzare i paesaggisti toscani fino alla fine del ‘600 – si riunì un gruppo di artisti provenienti da tutta Europa che iniziò ad esplorare il paesaggio con occhi diversi, alla ricerca di scorci nuovi, più attenti a cogliere l’immediatezza del dato naturale.  Si tratta di autori come Ercole Bazzicaluva, Remigio Cantagallina, il francese Jean Callot, Stefano Della Bella, Filippo Napoletano, Giuseppe Santini, Piero Ciafferi, Pandolfo Reschi.

Nella loro opera l’Arno e i paesaggi fluviali divennero subito soggetti privilegiati, oggetti di una raffigurazione viva e immediata accentuata dagli effetti di luci e ombre dati dalla tecnica del disegno a penna. Queste raffigurazioni oscillano fra elementi realistici – legati alla natura e alle attività umane – e forti suggestioni mitizzanti e idilliache del paesaggio fluviale che tendono, come nel caso del Ciafferi, a rappresentazioni antropomorfe del fiume.  

 

In questo periodo – come si vede dalle opere di Pandolfo Reschi  – emergono inoltre elementi descrittivi e formali che richiamano le vedute fiorentine di Gaspar Van Wittel, vero fondatore del vedutismo in Italia verso la fine del ‘600.
Celebre è la Veduta di Firenze dal Pignone del 1694 dipinta dal maestro fiammingo, che restituisce un’immagine viva, reale e dettagliata della città. Questa linea descrittiva – fatta di  rappresentazioni di luoghi precisi, con i loro edifici ancora oggi rintracciabili e visibili nel tessuto urbano delle città toscane, rese con una rigorosa costruzione prospettica –  influenza direttamente anche la pittura paesaggistica del ‘700, come testimonia l’opera di Thomas Pach.

L'Arno nella pittura dei macchiaioli

Opere quali I renaioli sull'Arno di Stanislao Pointeau, Bilancia a Bocca d'Arno di Niccolò Cannicci, L’Alzaia e Lavandaie sull’Arno di Telemaco Signorini, Le boscaiole di San Rossore di Francesco Gioli, rendono con straordinario realismo e forte densità espressiva un'importante testimonianza dell'epica quotidiana delle classi povere.

Al movimento macchiaiolo si deve anche la visione delle terre d'Arno come paesaggi dell'anima, come luoghi dell’immaginazione e dell’abbandono estetico di fronte agli spettacoli di luci e ombre offerti dal paesaggio, come avviene nelle pitture di Lorenzo Gelati, Giuseppe Abbati, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Angiolo Tommasi, Ludovico Tommasi, Odoardo Borrani e soprattutto negli struggenti tramonti di Nino Costa.

 

L'Arno nella pittura nocentesca

Di forte suggestione è anche la vasta produzione della prima metà del Novecento. In questo periodo vi sono molti pittori toscani che approcciano al paesaggio fluviale con originalità descrittiva e innovative soluzioni formali. Molti di loro si formarono sulla base della lezione dei macchiaioli, ma quasi sempre approdarono nel corso della loro carriera a posizioni ispirate alle altre correnti pittoriche europee del tempo, alla ricerca di uno stile e di una sensibilità molto personali.

Un esempio è quello del livornese Benvenuto Benvenuti che, dopo un’esperienza giovanile legata in particolare alle figure di Fattori e Signorini, approdò ad un’originale interpretazione della natura sulla base dei principi del divisionismo, come si vede ne La barca rossa e nelle altre opere sul padule pisano fra anni ’30 e ’40.  Le opere di artisti come Spartaco Carlini (Porta a Mare. Navicelli), Lorenzo Viani (Gli scaricatori), Ulvi Liegi (Il ponte vecchio), Silvio Pucci (Terzolle), i tramonti di Guglielmo Lori e di Augusto Bastianini, 

Nella seconda metà del XIX secolo, in un periodo di forti sperimentazioni e innovazioni in campo artistico, l’iconografia pittorica dell’Arno è influenzata in maniera determinante dall’opera dei Macchiaioli.

In opposizione alle visioni neoclassiciste e romantiche che dominarono l’arte europea nella prima metà dell’800, i Macchiaioli si ricollegano alle correnti naturaliste e veriste sviluppatesi nella seconda metà del secolo. Il paesaggio naturale e rurale, la vita e il lavoro delle persone diventano così oggetto di un’indagine pittorica realista e “dal vero”, di una pittura di impressione attuata per mezzo di macchie di colore.

 

reinterpretano il paesaggio dell'Arno con tratti di grande modernità spaziando fra post-impressionismo, espressionismo, divisionismo, simbolismo. 
Sul comune sfondo di suggestivi scorci fluviali troviamo le tele del fiorentino Silvio Polloni – detto il “pittore di Bellariva” – che esaltano la bellezza del Valdarno oscillando con una delicata sensibilità fra la tradizione macchiaiola e quella  postimpressionista, così come le molte scene ritratte da eterogenee figure come quelle di Galileo Chini, Arturo Checchi, Achille Lega, Guido Spadolini, Carlo Passigli, Mario Bordi, Gino Romiti,  Alberto Cecconi, Giotto Sacchetti, Renzo Grazzini, Raffaele De Grada, Renato Natali, Filadelfo Simi, Plinio Nomellini, Pietro Cocchi, Giulio PIazzini, Rodolfo Marconcini e Alviero Tatini.